Quei che ciòccan…

di Sandro Russo (in condivisione con Ponza Racconta)

Ho sempre tenuto in gran conto il modo in cui le comunità, specie le piccole comunità – gestiscono e danno nome al disagio mentale in tutte le sue sfumature.

Il mio imprinting culturale in una piccola isola mi ha permesso di approfondire questi aspetti; tra quelli appunto che della vita dell’isola apprezzavo di più.
Nella mia infanzia si sono accavallati diversi nomi di persone, Silverie ’u mattChicchinoBarzaccone, più tardi Roberto ’i ScarrafonePierino, quasi miei coetanei, tutti a vario livelli disturbati. Diversi, occasionalmente da farci attenzione quando eravamo bambini, da tenere d’occhio… ma da proteggere.
Ecco, proteggere! Quando ho cominciato a capirne di più – poi sono addirittura diventato medico – ho ricordato con ammirazione il modo in cui la comunità si chiudeva loro intorno e abbracciava il disagio mentale, nei modi più diversi, ma di sostanziale accettazione e protezione.
Nessuno era isolato, a Ponza, o tenuto a distanza, e quando per ragioni di ordine pubblico – il “turismo” che ha cominciato a imperversare – qualcuno di loro veniva mandato “fuori” in un Istituto, tutta l’isola faceva il tifo per riaverlo indietro, a stagione finita.
C’è una storia vera isolana di una ‘evasione’ di Pierino, scappato nudo da uno di questi luoghi di cura, che riuscì fortunosamente a raggiungere l’imbarco della nave e fu rivestito e nascosto da tutti quelli che lo conoscevano, e una volta sull’isola, si riuscì a forzare la mano alle autorità e a farlo rimanere. Poi diventò “pittore da strada”, ma rimase sempre con noi. Forse oggi, vent’anni dopo, non sarebbe più possibile.

Il modo di dire isolano, per dire “non del tutto normale” era altrettanto non-offensivo; quasi neutro: Chill’ tène ’a botta! Certo non una classificazione medica, ma quel “quid’ di diversità e stranezza che non costituisce pericolo per sé e/o per gli altri. E tutto questo la comunità lo aveva capito e lo praticava ben prima di Basaglia e delle sue aperture.
Per questo son saltato su ed ho aguzzato le orecchie quando si è parlato di un modo di dire dei genovesi, per indicare quel modo di essere e di persone che ho conosciuto, in altri luoghi e in altri tempi… Quando si è parlato dei “fuori di testa” come di “gente che ciocca”, che “ha cioccato”.
In effetti faccio una particolare l’attenzione quando mi trovo a interagire con persone che – riconosco subito – tènene ’a botta, sia pure nella forma lievissima di “bottarella”.

A Genova un’analogia con la mia esperienza attraverso i racconti di una genovese doc, è stata la scoperta – anche lì – della “gente che ciocca”, tanto che qualcuno – che di città ne aveva girate tante -, ha esclamato “Tanti matti come a Genova, io non ne ho mai visti!”.

Dice Elena (1) che ci ha a compagnato per una mattina in giro per la città: Credo che ogni città abbia la sua gente che ciocca e che lo fa in una maniera specifica, propria di quella città in cui abita. 
Noi siamo gente che ciocca come si ciocca solo a Genova. Sbrocchiamo con diffidenza canzonatoria.
Il detto genovese da cui deriva 
“cioccare” sarebbe “ciocca comme ‘na làmma vêua”, cioè “risuona come una latta vuota” e indica persone con la testa tanto vuota che i suoni vi rimbombano. Ormai però lo si usa non tanto per denotare negativamente chi ha poco sale in zucca, ma per descrivere chi a tratti appare strano, si comporta in modo bizzarro, non rientra nelle linee della “normalità” o che sbrocca. (…)
(…) C’è anche un altro termine utilizzato per descrivere chi ciocca, che è diffuso non solo da noi: “sciroccato”.

Per tornare al recente viaggio a Genova, proprio all’arrivo, ho avuto qualche problema a trovare la mia prenotazione della camera a “Ostello bello”.
Nella mezz’ora di passione per capire che era tutto a posto, sono stato abbordato alla reception da un tipo che incurante delle mie ambasce mi ha raccontato in sequenza serrata tutta la sua vita, del suo essere fotografo e scrittore, e istruttore di arti marziale e dei suoi viaggi e di tante altre cose ancora, cui prestavo attenzione a tratti, preso dal mio problema contingente. Uno che stazionava fisso in portineria, e ho incontrato qualche ora dopo all’aperitivo di benvenuto in cui si era “imbucato” e ho visto che aveva “attaccato bottone” e parlava fitto fitto con Margreet, una di noi…
Con la mia esperienza isolana l’avevo benevolmente classificato come “uno che tène ’a botta”, ma in quell’occasione mi sono tenuto a distanza.

La mattina dopo, in portineria mi ha fermato di nuovo per dirmi di darle un suo “biglietto da visita”. Da cui ho scoperto che ha fatto programmi per la televisione svizzera, un video su di lui di quasi un’ora “Follemente normale” del 2020, di cui ho visto i primi dieci minuti. Il programma accludeva questa sinossi:
“Gregorio da oltre vent’anni è confrontato con un disturbo bipolare. Una convivenza non facile, che cerca un’alleanza tra normalità e follia. “Follemente normale”, documentario di Patrik Soergel, racconta la storia di Gregorio, le sue giornate scandite dai farmaci e dalle terapie. Ma lui non ha nessuna intenzione di lasciare condizionare la propria vita solamente da una diagnosi di malattia. In studio, per discutere di un tema che ci mette tutti come di fronte a uno specchio, lo psichiatra e psicoterapeuta Tal dei Tali…”.

Proprio così: la diversità, la stranezza di questa città, di alcune persone, ci mettono davanti a uno specchio, per ridefinire o confermare chi siamo noi.


Nota
(1) – Un libro di grande aiuto per conoscere Genova fuori dai luoghi comuni, è “Genova fuori rotta”, di Elena Garbarino e Mara Surace (BEE – Bottega Errante Edizioni; 2023):


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