I sogni e i segni
di Sandro Russo (pubblicato su Ponza Racconta)

Cimitero ebraico a Tangeri (foto di Rita Gasbarra)
Al cimitero ebraico di Tàngeri, in una schiarita del cielo dopo una pioggia pressoché continua, le tombe dalla forma inusuale per noi, sghembe, in ordine casuale, splendono per un attimo di un bianco abbagliante quando un raggio di sole le sfiora. È un cimitero molto antico; pare che la prima tomba sia del 1300, un tumulo annerito e malandato coperto da decine di piccole pietre; dove l’uso ebraico di lasciare una pietra, testimonia un pensiero per il defunto; quello che è un fiore, per noi. Davide, il vecchio custode del cimitero, musulmano con un nome ebraico, dice che sta bene con i morti perché non parlano e non pongono questioni.
Sono d’accordo – vero che non parlano -, ma sono dovunque, perché è in gran parte la loro, la città che stiamo visitando. Tanti piccoli apporti, una pietra dopo l’altra, che nel tempo sono diventati una città.

Sono tante le città che vediamo infatti, mescolate e stratificate, ma riconoscibili. Passiamo per le strade della Medina, il centro storico della città (1), il souk (il mercato) (2), la kasbah, la cittadella fortificata situata nella parte interna della città (3).
È la parte più antica, cui si è sovrapposta la città coloniale con la sistemazione del Porto, la piazza cosiddetta del Gran Socco (piazza 9 aprile 1947) e i grandi alberghi di cui abbiamo visitato l’Hotel de France alla ricerca di tracce di un soggiorno di Matisse.
Infine la città moderna in cui ci aggiriamo guardinghi, ma interessati… come gatti – qui numerosi, mai visti tanti altrove per il mondo – alla ricerca di cibo.
Notiamo segni architettonici, da quelli monumentali a quelli costruttivi più modesti delle abitazioni; l’organizzazione degli spazi. Visitiamo musei, monumenti e luoghi di culto, luoghi famosi per qualcosa di notevole che vi è accaduto. Incontriamo le parole e i sogni di persone di estrazione sociale diversa, per avere una chiave del modo in cui vivono la città e il loro Paese.
Non sono attività che coltiviamo abitualmente nel nostro luogo di origine o di residenza abituale, se non, forse, quando abbiamo ospiti amici che vogliamo introdurre al nostro modo di vivere.
Un viaggio ci smuove degli interrogativi.
Nelle città, più che altrove, noi viviamo tra “i sogni” di persone che non ci sono più, tra le costruzioni che essi hanno ideato e realizzato, nei modi in cui hanno “segnato” il loro passaggio. Ogni generazione trasferisce i suoi sogni all’altra; poi accade anche che ogni nuova generazione provi a rendere reale la sua propria visione.
Con l’attenzione acuita che il viaggio ci impone, riusciamo a vedere meglio il lascito delle generazioni passate, i segni peculiari di una città; come un popolo o una cultura li ha espressi e sovrapposti nel corso del tempo.
Così come ci appaiono subito evidenti gli edifici moderni – spesso Centri commerciali, qualche struttura pubblica particolarmente audace -, che si interpongono qua e là nel contesto della città… Stiamo parlando di Tangeri in particolare, ma queste considerazioni sono valide in generale per i viaggi e le abbiamo confermate a Marrakech e Essaouira, le altre città del Marocco che abbiamo conosciuto.
Stretto è il legame tra la realtà e i sogni: se non tutto quello che si sogna diventa reale, è anche vero che tutte le opere realizzate dall’uomo sono state prima sognate; nel senso di desiderate, pensate, accarezzate, fatte crescere dentro. Anche un viaggio viene prima “sognato” e poi realizzato.
Ci ha affascinato la figura di un grande viaggiatore del 1330, Ibn Battuta, nato a Tangeri, cui in città sono intitolati l’aeroporto, lo stadio di calcio e un bel Museo nella Medina.
Ci sono dei sognatori particolari: quelli che amano i sogni solo finché rimangono tali; nel momento in cui stanno per concretizzarsi, essi perdono qualunque fascino ai loro occhi.
E i sognatori si riconoscono tra loro, così come è subito evidente ai loro occhi se la persona che hanno di fronte è vuota e ha dimenticato tutti i suoi sogni o solo non sa più dare ad essi un nome; riconoscono lo sguardo vuoto e deluso di chi ha perso una cosa importante e non ricorda più cos’era, né riesce a sostituirla con nient’altro.
Si tratta della creazione artistica in genere, del ”tessuto sottile di cui sono fatti i sogni” che può prendere la sostanza del cemento, del ferro, del marmo. E di quelle non meno reali costruzioni di mondi che sono i libri. Non è ossessione del passato, ma un dato di fatto, che il passato continuamente ci pervade; ci muoviamo tra le realizzazioni del passato nel nostro presente.
Personalmente, sono un “sognatore da viaggio”, alla Steinbeck (4), che asseriva che quando un viaggio comincia, in realtà è già cominciato e che il viaggio non è una distanza da colmare, ma una trasformazione da accettare. Chi parte si espone; chi torna non è mai identico a chi è partito. Non asserzioni vuote, ma fatte proprie e applicate ad ogni nuovo viaggio.
Note
(1) – Medina vuol dire città in arabo, ma noi oggi ci riferiamo alla Medina per indicare la città vecchia all’interno delle antiche mura.
(2) – Souk, o Suk, o Socco, alla spagnola.
(3) – la kasbah include sempre il palazzo del sultano, gli alloggi della guarnigione militare, la prigione e gli edifici dell’amministrazione.
(4) – John Steinbeck, in: Viaggi con Charley alla ricerca dell’America (1960); traduzione di Luciano Branciardi, Bompiani; 2017. Il suo compagno di viaggio è un barboncino Charles Le Chien, detto Charley.
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