Tre acquerelli (ha piovuto molto)

testo e foto di Rita Gasbarra (in condivisione con Ponza Racconta)

La degli incroci

La “dea” degli incroci
Genova è doppia con gli stranieri. Burbera e impenetrabile per il turista, accoglie chi è disperso e cerca riparo. La città non ha dimenticato i suoi figli inghiottiti dall’orizzonte né il codice del Mediterraneo. Forse è questo il motivo per cui il Dio degli incroci qui è sempre una “dea”: la Madonna.
Guardi in alto prima di svoltare e un’edicola scolpita emerge dall’intonaco sul fronte di un palazzo, di una casa, di una chiesa. Lei col suo figlio in grembo, a volte un angelo a protezione.
Lei, la mediatrice fra figlio e padre, severo e irraggiungibile.
Lei, pregata per l’impossibile, artefice del miracolo.

Ai Giardini Luzzati un murale. Lei, la madre, con un Gesù bambino in grembo. A guardarlo bene un bambino palestinese, nato in quell’aspra terra dove le verdi olive si trasformano in rossi proiettili. Il bimbo in grembo è immobile, senza vita. La madre dolente, come tutte le madri che piangano l’inspiegabile, ingiusta, insopportabile morte del figlio.
Per un attimo immagino il quadro animarsi, immagino la donna uscire dal muro, mostrare il corpo del bambino al cielo, a un Dio che non ascolta. E decidere di essere lei quel Dio che strappa Lazzaro dagli inferi, infondendo la scintilla di vita, mentre l’ intorno si colora e diventa arcobaleno.
Poi, mi risveglio. E piove…

Luci ed ombre
Genova. Porta di Giano. Apre e chiude, io e voi.
Vicoli stretti fra alte mura opprimenti, il cielo un ritaglio di collage, piazze placide per prendere respiro. Da un’anta socchiusa sbirciare un giardino. La scaletta sbuca su una terrazza fiorita. Sul muro grigio qualcuno ha colorato. Ombra e luce.
Nei carrugi profumo di focaccia, di frittura, di cipolle, di curcuma e curry. Pantaloncini, veli e sari colorati. Pelle chiara, dorata, scura, ricci neri e capelli biondi. Transiti, passaggi, mescolanze. Porto.
Porto Antico tirato a nuovo. Altro dalla città, che ricorda gli strati del tempo.
Genova, doppia anche per me che immaginavo una città di sole e luce, specchiata nel suo mare. Attraverso strade di pioggia ed ombra, chiusa in una morsa di grigiore uggioso che nutre la mia malinconia.

Passeggeri
– Sedetevi, prego -,
 ci dice, gentile, mentre già si alza dal sedile. Le parole arrivano con la cantilena dolce del dialetto genovese. Siamo stipati nel vagoncino dell’ascensore Balbi-Dogali. “Adesso parte sulle rotaie, poi si ferma e quando si apre la porta comincia a salire…”
Non capisco bene il meccanismo. Mentre aspetto, curiosa, gli eventi, osservo l’uomo gentile. Si è seduto fra l’amico e una donna sul fondo della cabina, l’ombrello stretto fra le gambe e il petto.
Con un sorriso timido ci guarda come combattuto fra il desiderio di farci da anfitrione ed una riservatezza che gli preclude una sospetta invadenza: – Sopra c’è il Castello D’Albertis. È molto bello, si vede fino al porto. Quando scendiamo ci indica il monumento.
Lo guardo per salutarlo. Focalizzo qualcosa di strano, come un atteggiamento anomalo da “petto in fuori”. Forse per una forma di rachitismo infantile, mi dico.
Osservo meglio i tratti del viso e mi sembra di scorgere nel taglio degli occhi e del viso un’etnia altra sottesa, nascosta dal buon italiano. Immagino sia uno dei tanti cittadini genovesi passati di qui, per la Porta di Giano, forse per caso, e qui rimasti, fascinati dalla città.


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