Viaggi in Patagonia 06. Ultima puntata
di Rita Gasbarra (pubblicato su Ponza Racconta)

Per traversare lo Stretto di Magellano bisogna raggiungere Punta Delgada, con la lunga fila di camion in attesa come noi del traghetto e il faro bianco e rosso a guardia dell’ingresso. Il mare è agitato da un vento teso.
Qui i naviganti descrivono la forza del vento con i paralleli alla cui latitudine soffiano i venti, che hanno una forza del 40% maggiore rispetto a quelli dell’emisfero settentrionale a causa di intense depressioni causate dallo scontro dell’aria gelida del Polo Sud con quella più calda degli oceani. Si parla così dei Quaranta ruggenti, dei Cinquanta urlanti, dei Sessanta stridenti, in considerazione degli spaventosi suoni causati dal sibilare furioso del vento fra il sartiame e le velature delle imbarcazioni. Il comandante del traghetto ci conferma che anche la breve traversata richiede attenzione per via delle forti correnti.

Con grande emozione metto piede nell’Isola grande della Terra del Fuoco, nome dato da Magellano a questo arcipelago per via dei tanti fuochi accesi di notte dagli abitanti nativi di questi luoghi.
La meta ultima di questo viaggio è Ushuaia, la città più a sud del mondo.
Passiamo ancora una volta il confine Cile-Argentina, con un’ultima tappa a Rio Grande, sull’estuario del fiume omonimo, sull’Oceano Atlantico.
Sul lungomare un mausoleo ricorda i caduti nel conflitto fra Argentina e Gran Bretagna per il possesso delle isole Falkland, qui chiamate Malvinas, che l’Argentina rivendica. La guerra durò 73 giorni, tra aprile e giugno 1982 , causando la morte di  907 uomini, 649 argentini e 258 britannici. Per tutta l’isola cartelli con la scritta “Les Malvinas son argentinas” ricordano quanto accaduto.

Proseguiamo il viaggio salendo al Passo Garibaldi, con una vista spettacolare  sul lago Escondido e sul lago Fagnani.
Sulla terrazza panoramica le tre bandiere dell’Argentina, della Patagonia e della Terra del Fuoco-Antartide sventolano allegramente.  Sul nome del passo  si racconta un buffo aneddoto. Pare si  riferisca ad un nativo della tribù dei ManekenkPaka, rimasto orfano in giovane età quando suo padre fu ucciso dai cercatori d’oro. Operaio nella costruzione di strade, fu lui ad indicare il passo, utilizzato dalla sua gente per attraversare la Cordigliera. Da lì traversa oggi la Ruta 3 fino ad Ushuaia.
Il nome “Garibaldi” fu dato a Paka quando era ragazzino dal sacerdote italiano José Stroppa, che gli diceva di andare a prendere l’acqua in cucina: “gare balde e tráiga l’acqua” (prendi l’acqua e portala in cucina). “Gare balde” divenne “Garibaldi”.

Scendiamo velocemente fino a Ushuaia, cittadina dal sapore di frontiera, affacciata sul Canale di Beagle, in cui le acque dell’Atlantico e del Pacifico si mescolano, e circondata dalla cinta innevata della Cordigliera. Siamo al finis terrae.
E anche la fine del viaggio si avvicina. La nostalgia già vela la percezione dell’intorno.
Ma Ushuaia offre ancora dei tesori. Oggi la navigazione del canale non è consentita per un vento a 40 nodi, oltre 70km orari. Visitiamo il vecchio Istituto Penale, trasformato in museo. Inaugurato nel 1896 per ospitare detenuti considerati pericolosi, con l’obiettivo di popolare la remota Terra del Fuoco, fu costruito dagli stessi carcerati, come la città. Nel 1947 il carcere, noto per i maltrattamenti e le condizioni estreme, venne chiuso dal Presidente Peron. Interessante non solo la storia del carcere ma anche quella dei migranti che arrivavano qui a cercare fortuna.
La mattina successiva la navigazione è aperta. Ci imbarchiamo in una foschia grigia e fredda attraverso le isolette dell’arcipelago. Di fronte l’ultimo vero avamposto abitato è in terra cilena, Porto Williams, ma gli argentini dicono che è un villaggio e danno il primato di finis terrae a Ushuaia. Le isole sono popolate: cormorani coabitano con pigri leoni marini, e nell’isola Martillo finalmente i pinguini!

Buffi sulla terraferma, con la livrea bianca e nera e l’andatura claudicante, scivolano velocemente e con eleganzanell’acqua.
È il saluto più bello di questa terra straordinaria, uno degli ultimi paradisi…
Dall’alto catturo ancora immagini della Patagonia mentre l’aereo mi riporta verso casa.

Dice José Saramago: “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: – Non c’è altro da vedere -, sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”. [José Saramago in: Viaggio in Portogallo (Milano, Feltrinelli 2015)).

Cercherò di farlo, finché mi sarà consentito.


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    Così inizia “In Patagonia” di Bruce Chatwin. Un immaginario introiettato da bambino diviene il motore per andare lì dove il sogno chiama. Il viaggio lo porta nella caverna dove Charley  Milward, capitano di un mercantile e cugino di sua nonna, aveva trovato i resti dell’animale fantastico.