Tre mercanti
testo di Brunella Borsari e foto di Rita Gasbarra (pubblicato su Ponza Racconta)
Arrivo a Tangeri, lo spigolo del continente già intravisto dalla più familiare Malaga; mi lascio alle spalle l’Europa per affacciarmi alle soglie dell’Africa.
Non cerco cartoline dalla “città bianca”, né avanzi di esotismo del’antico crocevia di scrittori, artisti, spie, miliardari e omosessuali.
Voglio ascoltare, osservare, annusare. Voglio capire.
L’anima dei luoghi è fatta di persone, ed io sono impaziente di fare conoscenze e ascoltare storie.

Incontro le affascinanti Zora e Kenza, organizzatrice di eventi culturali l’una, stilista l’altra. Sono entrambe cosmopolite, hanno studiato all’estero, parlano diverse lingue, vengono da famiglie facoltose. Potrebbero vivere ovunque, Europa, Stati Uniti, invece hanno scelto il Marocco delle loro radici.
Incrocio Davide, giovane fotografo italiano che ha lasciato il mondo della moda ed è venuto qui, alla ricerca di nuove ispirazioni creative. Mi mostra il suo recente volume fotografico, mi parla di un progetto di collaborazione con lo scrittore teatrale Jerry Butler, gallese, che io ho avvistato ieri al caffè del cinema Rif: un meraviglioso signore dai lunghi capelli grigi sotto un elegantissimo cappello rosso. Vezzo da vecchio dandy!

Qui a Tangeri non c’è più Paul Bowles, ma il fermento creativo è palpabile.
Ci rifletto mentre cammino per la Medina. Nessuno mi infastidisce, nessuno dei mercanti mi invita a entrare nelle loro botteghe, e paradossalmente questo mi predispone maggiormente agli acquisti.

Dietro alla grande moschea individuo un negozio: entro, e mi inerpico per una scala stretta e ripida, che mi conduce ad una stanza stipata di merce.
Guardo, provo, osservo: il mercante è magro, i lineamenti affilati, una corta barba grigia. Porta una jallaba nera, lunga fino ai piedi, che gli conferisce un aspetto autorevole, quasi solenne.
Mi chiede da dove vengo e subito racconta di aver studiato alla scuola italiana, all’interno dell’istituto spagnolo: – Anno 1967, ero bambino, c’era il prof. Cecchini, italiano, era tremendo, lui si avvicinava e …pom! – mima il gesto di uno schiaffo.
Si esprime in uno spagnolo stentato, azzarda qualche parola italiana: gli sorrido.
Sto per concludere l’acquisto quando mi sovviene la regola aurea del commercio nel suk: sempre contrattare! Mi vergogno, l’importo richiesto è modesto, ma mi sento in dovere di provarci.
Il mio mercante scuote la testa, serio: – Sei italiana, siamo fratelli. Ti dico la verità, non posso chiederti di meno. Ho settantadue anni, ogni giorno vengo qui, apro il negozio, sistemo la merce. Poi piove, come oggi, e non viene nessuno: non posso, davvero non posso!
Gli do quanto chiede. Per un attimo mi sono sentita addosso tutta la fatica delle sue giornate, sempre uguali.
Me ne vado, e lui torna a sedersi davanti alla bottega, sullo sgabello di plastica, per strada, in attesa. Ha settantadue anni…

Incontro un altro mercante in un elegante negozio fuori dal suk, vicino all’Hotel El Minzah, antico covo di spie e di intrighi internazionali. Dalle gradi vetrine vedo splendide ceramiche ed entro, colpita da forme e colori. Mi aggiro, guardo. Si avvicina una ragazza gentile, sorride, mi chiede se può aiutarmi. Parla un inglese corretto, non è invadente. Scelgo un paio di oggetti e mi avvicino alla cassa, dove sta un signore anziano, con la jallaba a righe. Ha il viso segnato da rughe profonde, il cranio calvo. Sembra così vecchio… avrà sì e no la mia età.
Avvolge con cura le mie ceramiche nella plastica, per proteggerle dagli urti: è abituato ai turisti che mettono gli acquisti in valigia. I suoi gesti sono lenti, misurati, precisi.
Devo pagare, gli mostro la carta di credito: scuote la testa, dice qualcosa nella sua lingua, non una parola di francese, o spagnolo, qui così diffuso. Non tenta neanche di comunicare, non gli interessa.
Gli faccio capire che non ho contanti. Interviene un ragazzo, che scambia due parole in arabo con il mercante. È suo padre, riconosco l’inconfondibile consuetudine familiare nei loro sguardi.
Il ragazzo mi sorride, e in inglese mi dice che possiamo andare all’hotel, lì accanto, per usare il pos: questione di un attimo.
Lo seguo, procedo col pagamento e torno subito dal vecchio mercante, che mi porge gli acquisti e mi saluta chinando il capo, senza neppure guardarmi. I due ragazzi invece (fratello e sorella, ora mi è evidente) mi sorridono salutandomi in inglese.
Straniamento: il mercante chiuso nella sua jallaba e nella sua lingua tradizionale ha compiuto un salto di grado, realizzando il grande negozio tutto vetri, ma è idealmente rimasto nel suk, in medina. Sono i suoi figli il ponte verso un presente di lingue straniere e di pagamenti elettronici.
Cammino attraverso la Medina, incrociando i tantissimi gatti che qui sono ovunque, padroni del territorio, nutriti dalle soglie di case e negozi da mercanti e vecchie signore.
È il tramonto, l’ora della preghiera, la grande moschea è qui accanto: il richiamo del muezzin spezza la quiete.
Sono quasi arrivata al riad dove alloggio quando vedo in una bottega alcuni dipinti interessanti, acquarelli delicati, disegni dal tratto sottile. Entro, vorrei chiedere il prezzo. Mi guardo intorno ma non vedo il mercante. Un ragazzo incrocia il mio sguardo e mi spiega: – Il titolare è andato in moschea, cinque minuti e torna.
Aspetto, ma l’attesa si prolunga, nonostante il ragazzo mi rassicuri: – “…Cinque minuti!”.
E’ il momento del passeggio e degli acquisti, c’è gente in giro, e il mercante lo sa di sicuro. Eppure, lascia tutto e segue il richiamo del muezzin: Allah è più importante degli affari.
Esco dalla bottega, passo davanti alla moschea dove gli uomini stanno pregando.
Il mio sguardo va oltre, al porto.
Tangeri è una città di mare, con un passato di arte, intrighi ed esotismo, e un presente glamour e multiculturale.
E poi ci sono loro, i mercanti, che ogni giorno indossano la loro jallaba e le loro fatiche e aprono il negozio, fra passato e presente.
Un gatto con le zampe bianche sta seduto su uno scalino, all’entrata della moschea. Domani sarà un altro giorno.
Inshallah!

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