Storia di Kenza

testo di Brunella Borsari e foto di Rita Gasbarra (pubblicato su Ponza Racconta)

Le cataratte del cielo sono aperte, senza sosta. La pioggia battente, il vento, il cielo uniformemente grigio: allerta rossa in tutto il nord del Marocco, in particolare nella zona di Tangeri. Non accadeva da cinquant’anni… Fiumi esondati, smottamenti, strade interrotte, famiglie evacuate con l’intervento dell’esercito e della Protezione Civile.

Camminiamo con i nostri ombrellini pieghevoli, bagnandoci ugualmente, verso una elegante zona residenziale di Tangeri, da cui si vede l’oceano.
Abbiamo un appuntamento con una stilista e designer, che ha già anticipato di avere poco tempo da dedicarci, al massimo un’ora: sta preparando le nuove collezioni, è molto impegnata.
In sostanza: ha accettato di incontrarci, ma le andiamo a rompere le scatole… non la premessa ideale!

In una strada laterale troviamo la sede della sua casa atelier: è un villino art decò degli anni ’30, molto grazioso. Suoniamo il campanello, e sulle scale si affaccia una donna imponente, avvolta in un lungo caftano di lana di un color arancio ottico, quasi fluo: una voce decisa, una cascata di lunghi capelli scuri, ondulati e lucenti ( sono incantata dalla meraviglia dei capelli delle donne marocchine!).

Entriamo, un po’ in imbarazzo: non vorremmo bagnare, sporcare, cerchiamo di sistemare gli ombrelli all’entrata, abbiamo la sensazione di invadere uno spazio privato, siamo in una decina!

L’interno della casa è un armonioso ambiente caratterizzato da una parete verde smeraldo (più o meno affine alla gradazione blu pavone scelta a suo tempo per la parete del mio salotto di casa), tappeti e divani, e soprattutto meravigliose porte interne in legno intarsiato. C’è un ampio salone, con tante rastrelliere alle quali sono appesi caftani, soprabiti, abiti lunghi. Una doppia porta scorrevole di comunicazione è aperta, lo spazio è aperto. C’è luce, nonostante la giornata grigia. Una scala conduce al piano inferiore, un laboratorio pieno di rotoli di stoffa, con un grande tavolo al quale lavorano un paio di donne.

Lei è Kenza Bennani. Si scusa per il suo pessimo italiano e comincia a parlare in modo fluente, con qualche incertezza ogni tanto: magari parlassi io inglese nello stesso modo!

La sua famiglia è originaria di Fes, a inizio ‘900 arrivarono a Tangeri dove lei è nata: – “… Tangeri è l’unica città in Marocco dove potrei vivere”.

Dopo aver frequentato la scuola americana, finite le superiori è andata a studiare allo IED, x a Madrid, in lingua italiana. Si è laureata in moda ed ha iniziato a lavorare nel cinema, come costumista, in Marocco, in Spagna e in Inghilterra. Proprio in Inghilterra aveva avuto l’opportunità di lavorare per Jimmy Choo (1), che l’ aveva mandata a Firenze, per un periodo di apprendistato presso una ditta calzaturiera loro partner, produttori di scarpe di alta moda. L’obbiettivo era approfondire le conoscenze dell’artigianato.
In Italia, in realtà, lei dice di aver capito che il mondo del lusso si basa sull’artigianato sublimato dal design, che crea lo stile. In Marocco, invece, l’artigianato è inteso soltanto come folklore.

Rientrata a Londra ha lavorato per il gruppo Luis Vuitton (2), ma  ha cominciato a pensare a un suo brand: voleva utilizzare le competenze acquisite per realizzare un prodotto artigianale ma contemporaneo e  in modo sostenibile.

Nel 2014, Kenza rientra in Marocco e nasce New Tangier, la sua linea di abiti tradizionali da utilizzare comunemente, ogni giorno, senza passamanerie e ricami. Produce un pret-a-porter tutto fatto a mano, ma i tessuti in stock arrivano dall’estero.
Utilizza la casa di famiglia, ristrutturandola per poterla utilizzare anche come atelier: era la casa dei suoi nonni, la comprarono negli anni ’50. Ora è diventata la luminosa e accogliente casa atelier, dove ci sta ricevendo.
Sua madre, donna forte, che dopo il divorzio ha cresciuto da sola i due figli, Kenza e suo fratello, la supporta e la aiuta. Anche il fratello lavora con lei.
Di fatto, è un’imprenditrice a capo di un’impresa familiare: è lei il motore, sue sono le idee.
Non hanno punti vendita materiali, soltanto un corner all’interno del prestigioso hotel Mamounia a Marrakech.

Parla animatamente, sempre in italiano, ogni tanto le manca la parola e ricorre all’inglese. Ci invita dare un’occhiata agli abiti: non ci facciamo certo pregare e ci dirigiamo nel salone, tocchiamo i tessuti. Sono lane pesanti, sete impalpabili, rasi lucidi. L’abito femminile marocchino, per Kenza, è soltanto il caftano, e quello troviamo sulle rastrelliere, declinato in diversi colori e materiali, senza orpelli decorativi.

Perché il caftano, come ’abbigliamento tradizionale marocchino, era considerato da utilizzare solo nelle grandi occasioni: per il quotidiano, il retaggio coloniale francese aveva introdotto l’abbigliamento occidentale. Invece, lei vuole cambiare questa mentalità.
Una del nostro gruppo indossa un caftano arancio uguale a quello che porta Kenza: la nostra amica è alta e bionda, l’effetto è completamente diverso, comunque elegante.

Sono abiti lontani dal mio gusto, e fatico a pensare che potrebbero essere pratici, nel quotidiano: quella tunica ampia e svolazzante secondo me è incompatibile con il guidare l’auto o correre dietro al bus, magari con le borse della spesa e l’ombrello.

Kenza si muove fra gli abiti, con il sorriso, mentre racconta colori e fantasie dei tessuti. E una donna sicura di sé, al limite dell’arroganza: sostiene che la infastidiscono gli stereotipi, per cui gli occidentali ritengono di poter etichettare una donna araba, in un certo modo, avvalendosi dei propri preconcetti. Afferma con forza la sua identità, in contrapposizione agli stereotipi occidentali:
– Loro (gli europei) non sanno niente di me. Io parlo la loro lingua, inglese, francese, spagnolo, italiano, ma loro non parlano la mia, non conoscono l’arabo: eppure pensano di potermi dire chi e cosa sono. Non è così che funziona! Io rivendico la mia cultura! 

Racconta che la città di Tangeri dopo l’indipendenza, nel 1956, fu reintegrata nel regno del  Marocco, ma fu sostanzialmente abbandonata a se stessa. Non era istituzionalizzata, non veniva considerata una città marocchina. Quindi, inevitabilmente è una città meno strutturata, che offre più spazio per la creatività. A Marrakech non ci sarebbe spazio per tante idee nuove, qui sì.
E’ una chiave di lettura interessante, che interpreta il luogo come spazio di libertà in cui artisti, scrittori e creativi possono trovare ispirazioni e opportunità.
Ripenso allo scrittore gallese, quell’imponente vecchio dai capelli bianchi e il cappello rosso, visto al Caffe Rif, sulla grande piazza, dove staziona stabilmente  e scrive opere teatrali; a Davide, il fotografo italiano incontrato alla libreria, che si è trasferito qui in cerca di ispirazione.
Forse è vero, questa città, anche ora, fuori stagione, senza turisti, con l’oceano grigio e spumoso, le nuvole basse e la pioggia, offre un’atmosfera diversa, la sensazione che tutto sia possibile.
Ce ne andiamo, togliamo il disturbo, recuperiamo gli ombrelli e lasciamo Kenza alle sue collezioni.

Abbiamo incontrato un’altra esponente dell’high society, studi all’estero, conoscenze, famiglia facoltosa, villa liberty  nella zona residenziale di pregio, nella collina  sopra il mare.
Una donna  forte, non sposata, indipendente: eppure una di noi l’ha osservata mentre parlava, tormentava continuamente il foulard che portava al collo. Forse, tutta la sicurezza che mostra non è autentica. C’è un prezzo da pagare, sempre: e anche lei, così privilegiata, avrà dovuto affrontare difficoltà, per accreditarsi come imprenditrice  in un mondo ancora sostanzialmente maschilista.

Ci chiediamo che opportunità avranno quelle bambine che ci rincorrono ogni giorno nei vicoli della Medina, cercando di venderci fazzoletti di carta per qualche dirham. Da grandi, non parleranno le lingue straniere, non studieranno all’estero, non affermeranno la loro cultura e la loro identità, perché saranno alle prese con la sopravvivenza. Forse, come le loro madri, saranno accovacciate davanti all’ingresso di una moschea, chiedendo l’elemosina, con un bimbo in collo.
Come sempre, nel sud del mondo e non solo, i poveri non evolvono, e le donne sono le più povere fra i poveri.


Note

(1) – Jimmy Choo (Penang, 1948), è uno stilista malese che produce prodotti di lusso con sede a Londra, molto famoso per le sue scarpe femminili prodotte dall’azienda omonima.

(2) –  Louis Vuitton è un’azienda francese specializzata in accessori moda e pelletteria. Appartiene alla multinazionale di beni di lusso francese LVMH e ne è il marchio principale.


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