Ivanovka, dove il tempo si è fermato

testo di Guido Bosticco - foto di Sara Pellicoro

Azerbaijan - Ivanovka, bambini (foto di Sara Pellicoro)

Alla domanda del giornalista della CNN, Vasiliy Novoseltsev risponde: «Ho 28 anni, sono orgoglioso di vivere qui. Non voglio andarmene e ai miei amici che vorrebbero lasciare il villaggio dico di non farlo». Ma che ci fa la CNN in un villaggio di tremila abitanti e rotti nel centro dell'Azerbaijan?

Siamo a Ivanovka e se non lo sai o non chiacchieri con qualcuno (cosa facilissima da queste parti) non ti accorgi che questo è un posto speciale. Ivanovka è un ex kolchoz, cioè una di quelle fattorie collettive in cui dagli anni Venti sono stati obbligati a lavorare i cittadini sovietici. Sistemi economici pubblici, che garantivano allo Stato prodotti agricoli sottocosto; chi ci lavorava percepiva un salario e aveva un piccolo pezzo di terra da coltivare per sé. Alcuni furono contenti e ci si trovarono bene, non così i kulaki, contadini per tradizione che si opposero e furono sterminati.

Oggi a Ivanovka c'è silenzio e calma. Una strada ampia e perfettamente diritta sale poco alla volta fra gli alberi. Ai lati, infilate di case in legno ben tenute, con cancelli semiaperti, proteggono i campi coltivati all'esterno dell'abitato. Qui si coltiva da sempre: vite, verdura, grano, erba medica, alberi da frutta. Qui sono tutti contadini e oggi – dopo la privatizzazione e la ridistribuzione delle terre – il kolchoz è divenuto una cooperativa agricola, privata e autonoma. Qui si parla russo, qui sono tutti biondi e con la pelle chiara. Questo è un angolo di Russia dove la Russia non c'è più.

Anna Ivanovna è musulmana, come quasi tutti in Azerbaijan, lei c'era ai tempi del kolchoz e oggi apre la sua casa ai rarissimi viaggiatori che si avventurano fin qui solo per respirare un'aria che altrove non c'è. Le foto del marito e dei fratelli sulla credenza raccontano di piloti d'aereo, ingegneri, contadini e vite riscattate. Oggi la Lada parcheggiata nel cortile è poco più di un rudere, attorno alla quale razzolano le galline, fra l'albero di prugne e i cetrioli dell'orto. Il foulard sulla testa di Anna, che tutti chiamano babushka, la nonna, è consumato, perché i suoi ottant'anni passati nei campi non hanno l'aria di essere stati una passeggiata. Eppure resta qui, anche se i figli e gli amici si sono spostati giù in città. Lei e qualche giovane come Vasiliy credono in questo luogo. E con loro anche John e Tanya, che hanno aperto una delle due guesthouse di Ivanovka. Ed anche quella piccola comunità resistente di "molocani", cristiani che rifiutano l'eucarestia e il culto dei santi, né ortodossi né cattolici, nati attorno a Mosca, poi relegati nel Caucaso e qui rimasti.

L'Azerbaijan è un luogo che pochi sanno collocare con certezza sulla carta geografica. Insieme alla Georgia e all'Armenia costituisce una striscia di terra schiacciata dal peso della Russia e dall'immensità di Turchia e Iran, presidiando l'accesso ai due mari, il Caspio e il Nero; custodendo tre lingue (oltre al russo), ed altre infinite varianti locali; ospitando l'oleodotto più costoso di tutti i tempi, che da Baku va a Tbilisi e si allunga fino a Ceyhan, nel Mediterraneo turco; e regalando luoghi e sguardi che parlano di un mondo antichissimo, martoriato e sopravvissuto al comunismo dittatoriale prima e alle guerre di indipendenza poi. Un mondo oggi rinato.

Uno Stato ricco dagli anni Novanta, quando ha saputo mettere a frutto il suo petrolio, concludendo accordi commerciali favorevoli e investendo denaro in uno sviluppo rapidissimo. Ora lo spettro è la corruzione, come sempre. Ma intanto il Paese intero è un "work in progress", un cantiere che parla di aspirazioni e progetti, città ripensate per il turismo futuro e per i nuovi business, aree industriali dismesse e in via di trasformazione. Poi sali sulle montagne, in villaggi come Xinaliq o Laza, separati dalla Russia dalla frontiera naturale del Caucaso, e trovi un ceppo etnico unico, quasi incontaminato, con lingua e tradizioni diverse dal resto del mondo, pastori che dai loro 2300 metri scendono a valle solo per vendere al mercato il loro strepitoso burro.

E poi c'è Baku, la capitale che racchiude in sé tutto lo spirito della nazione: un centro storico conservato perfettamente, fra balconi in legno e marmi bianchi, giardini e minareti; quartieri di grattacieli dalle forme impossibili, che illuminano la notte; ampi viali eleganti, pavimentati con il porfido, esposizione perfetta per le grandi maison che qui hanno chilometri di vetrine; campi di petrolio a bordo città, di là di una strada qualunque, sotto una moschea, accanto ad un cimitero ortodosso. Poi uscendo i prati secchi, il mare e le ville infilate sulla costa, come perle in una collana. E fuori dalla capitale, a tre ore di marshrutka, così si chiamano gli sgangherati pulmini ereditati dall'ex URSS che oggi innervano tutto il Paese, si può incontrare un antico kolchoz tornato alla vita, che sembra ora un esempio virtuoso e felice di convivenza. Il cartello dice "Ivanovka", dove il tempo si è fermato.

 

Azerbaijan - Ivanovka, babushka (foto di Sara Pellicoro) Azerbaijan - Ivanovka, Lada (foto di Sara Pellicoro) Azerbaijan - Ivanovka, monumento (foto di Sara Pellicoro) Azerbaijan, Xinaliq (foto di Sara Pellicoro)
Azerbaijan, Xinaliq, pastori (foto di Sara Pellicoro) Azerbaijan - Baku, moschea (foto di Sara Pellicoro)    

 

 


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