Lettera del guardiano del faro

testo di Patrizia Storti

Gerogombos

13 Dicembre 1937


Cara mamma,

solo ieri è arrivata la notizia dal comando che il mio cambio sarà previsto non prima di febbraio, so di darti un dispiacere: non potrò tornare per Natale.

Spero che almeno queste parole e questo rametto di elicriso che ho lasciato seccare per te ti raggiungano prima del nuovo anno. Li ho spediti con il primo postale in partenza.

Io sto bene, ho buona salute e l’umore resiste. Dicono che sono il guardiano più giovane fino ad ora, e per me, come credo per te, è motivo d’orgoglio. Vivo tranquillo, isolato dal mondo, l’alloggio è poco spazioso ma essenziale e reso confortevole dai libri che avevo scelto per il bagaglio. Te lo devi immaginare come una lanterna bianca, seduta su scogli scuri tutti diversi, a guardarli al sole non ne individuo due somiglianti. Mi piace in fondo questo silenzio di uomini, che lascia spazio ai miei pensieri e alla natura selvaggia, il suono delle one se lo ascolto bene nelle notti senza luna ritmicamente compone intere frasi con parole dimenticate; e il vento quasi mai un sussurro innocente, è potente fino a farsi pauroso, quasi avesse una coscienza, quasi il suo intento fosse davvero spaventare i marinai. Talvolta trasporta da nord nuvole cariche di lampi e pioggia, veder cadere un fulmine in mare è un’emozione indelebile.

Ameresti sederti sul muretto basso che circonda la lanterna ed attendere il tramonto, ogni giorno diverso come certe belle poesie malinconiche che ogni volta rileggo e ogni volta scopro una nuova parte del mio essere. Ieri sera per esempio la palla di fuoco è scomparsa dietro un’insolita foschia. Quando accade resta in bocca l’amaro della delusione di una promessa tradita. Poi cala la notte, rapidissima d’inverno. E si accende il faro. È una luce potente, soprattutto vista da quassù, proprio come nelle illustrazioni, che per metri e metri scava la notte sempre più in profondità man mano che si fa più scura. Devo restare sveglio a sorvegliarla, e nei pochi secondi di buio mi godo le stelle, cerco con un dito il grande carro, e appena di fianco la stella polare. Ma la mia preferita di sempre è Arturo, che sorprendentemente come a casa, nasce per prima da dietro la montagna. Passo il tempo a contare le navi all’orizzonte, ogni tanto per divertimento le saluto con la mano aperta, finchè non arriva l’alba e posso ridiscendere i gradini stretti e riposare sonni densi.

Nei pomeriggi meno freddi m’incammino per il sentiero sterrato fino alla casa del pastore di capre, per scambiare due parole sui fatti del mondo, di cui per la verità anche lui poco conosce, perché le notizie faticano ad arrivare se non portate come tutto su una barca. Però il suo formaggio è buono, quasi quanto il tuo, e mi ricorda casa, e mi ricorda te.

Dunque non preoccuparti per me e pensami intento a salvare navi come raccontavo da bambino.

Tuo figlio