Due ritratti: ‘Due famiglie a tavola’ e ‘Il conducente della funicolare’
testo e foto di Federico Barbieri (in condivisione con Ponza Racconta)

Orata alla ligure
A Genova la periferia è in centro, i quartieri più poveri sono in mezzo, circondati dai palazzi nobili dei ricchi mercanti, come una prima periferia dell’epicentro della città: il vecchio porto.
Genova è ripida, molto ripida. Stretta tra il mare e i monti è così ripida che l’ultimo piano del palazzo davanti arriva al primo del palazzo dietro.

Nei quartieri poveri abitano i camalli, i lavoratori del porto. I camalli non lavorano, combattono. Combattono contro i pesi da caricare e scaricare, combattono per i salari sempre troppo bassi, per la loro salute, per i più deboli. La sera tornano a casa stanchi, molto stanchi. Magari con un pesce fresco, regalo di un pescatore amico: una bella orata. La solidarietà tra i poveri è di casa, basta poco per fare festa.
Nel frattempo, nel palazzo del ricco mercante abituato all’agio e al lusso, il maggiordomo annuncia la cena: stasera pesce, orata alla ligure.
Stesso menù, ma atmosfere diverse. Gioia da una parte, noia dall’altra. Poi capita che gli sguardi delle due famiglie si incrocino attraverso le finestre così vicine. Ognuna invidia l’altra, senza sapere bene perché.

Il conducente di profilo
Le stazioni delle funicolari di Genova sono nascoste ovunque. Una scala anonima che sale ripida, una porta di un palazzo, una galleria nella roccia. La fermata di San Nicola è quella intermedia sulla tratta Zecca-Righi, è quella dove i vagoni si incrociano. La scala porta sotto la pensilina tra i due binari. È deserta e piove a dirotto. La stazione è incastrata tra due gallerie, profonde e buie, una che scende, l’altra che sale. Aspetto.
Ogni tanto il cavo che immagino trascini la funicolare si anima, scorre per un po’ poi si riferma. Non ci sono vetture in vista né dall’alto né dal basso. Di nuovo il cavo si muove. Ma ancora nulla.
Arriva la funicolare, salgo nell’ultimo vagone e decido di andare fino in cima e poi riscendere. Alla stazione a monte incrocio il conducente che cambia postazione, da quella in alto a quella in basso. Chiedo quando riparte: tra cinque minuti.
Mi siedo sui primi sedili dietro la sua cabina. Si parte.

Visto da dietro: testa rasata, collo lungo, posizione composta. Si avverte solo il movimento degli avambracci sul quadro dei comandi. Sembra un organista concentrato su in esecuzione drammatica
Azzardo una domanda: quando è stata costruita.
Lui si gira di profilo, sguardo fisso sul lato destro del vagone, testa pelata, naso aquilino, mento un po’ arretrato, senza barba né baffi. L’aspetto sarebbe un po’ inquietante se non fosse così affabile nelle risposte. Mi spiega quando è stata costruita e ricostruita negli anni, come funziona, quante persone servono per azionarla, i turni. Tutto.
Senza muovere un muscolo, volto fisso a destra, occhio sinistro puntato a valle per controllare il percorso, occhio destro verso di me, mani che a memoria azionano i comandi.
Mi svela che lui fa anche il conducente di autobus ma che ama la funicolare, il suo silenzio, la ripetizione dei gesti, la calma che regna nelle gallerie.
Arriviamo alla stazione a valle. Aziona gli ultimi comandi, sempre di profilo, la funicolare si arresta del tutto. Al che si alza, si gira del tutto e mi sorride. Il concerto è finito.
Lo ringrazio per i suoi racconti e mi augura buona giornata.
Non piove più.

Federico, La mappa dei ricordi
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