Convinzioni

testo e foto di Elena Ruggieri (in condivisione con Ponza Racconta)

Uno sguardo rapido al cellulare conferma i miei pensieri sul meteo: lo schermo dichiara “Pioggia al 100%”.
Andare o non andare?
I giorni sono contati e c’è una città che mi aspetta, la procrastinazione in realtà non è una alternativa possibile.

Mi attrezzo alla bell’e meglio proteggendo con strati impermeabili me, la mia macchina fotografica e anche qualche pensiero scomposto che tenta di sfuggire verso il bel tempo e poi giù per le scale e fuori… a incontrare per davvero questa città di mare e di monti.

Finora l’ho solo immaginata attraverso le parole di chi ci è vissuto o l’ha cantata e mi aspetto che il sentimento di sospesa rassegnazione e quel modo di affrontare la vita, un po’ convinti e un po’ no, mi si presenti appena metto il piede fuori dall’albergo.
Magari con un cartello giallo e sopra una scritta nera perché con egocentrica e turistica visione del mondo io possa immediatamente riconoscerne lo spirito esattamente lì, dove google maps mi suggerisce possa trovarsi.

Mi dirigo verso la zona vecchia, verso i quartieri con le case affastellate e le viuzze medioevali che conducono al centro dove si trova la piazza grande e, l’una di fronte all’altra, la casa dell’autorità sacra e di quella civile.
Voglio lasciarmi raccontare dalle pietre di case e strade le gesta di un’epopea passata quando questa città, è stata “…regale, addossata a una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.
Non lo dico io, l’ha detto Petrarca.

Mentre cammino sotto la pioggia chiedendomi cosa possa essere una città che ha visto così alti onori e ha benedetto i propri figli in partenza (letteralmente) per nuovi mondi, comincio a capire che qualcosa non torna.
La geometria dei miei pensieri non quadra e le linee che incrocio sono sghembe.
Le pietre che incontro, scure e scivolose, raccontano di una prospettiva molteplice dove il centro non c’è e la linea dell’orizzonte si curva, sale o scende a seconda di come ci si sposta.
Le vie larghe e i carruggi stretti si incrociano in un reticolo spinoso e aggrovigliato; la piazza grande, la cattedrale e il municipio vengono fagocitati e dispersi: la via che porta all’uno non passa per l’altro.
Il mare, neanche parlarne.

Vecchio e antico si alternano e mal si sopportano, Palazzo San Giorgio è visibilmente infastidito dalla sopraelevata ma ormai la tollera rassegnato.
I portici di via di Sottoripa contengono bazar improbabili eppure estremamente reali.
Gli scorci verso l’interno aprono controvoglia passaggi che salgono e curvano senza preavviso e in un attimo il porto è dimenticato.

Vedo case strette e alte, che si fronteggiano e rinunciano a toccarsi all’ultimo, lasciando libero un tratteggio di cielo bigio: dal basso sembra la promessa sofferta di un futuro incerto.
Niente assicura che lassù l’azzurro riprenderà vigore e che quaggiù le porte corrose dal tempo e dalla salsedine continuino a proteggere chi vuole sopravvivere in scala di grigi.
Incontro un intreccio di genti che portano con sé sonorità che non riconosco e delle quali percepisco le differenze ma non colgo i significati.
Se i figli benedetti sono partiti, altri figli negletti sono arrivati. Oriente e occidente si mescolano, Africa e Americhe si sfiorano.
I genovesi resistono, caparbi.