
Mi chiedono spesso: “Tino, tu che per mestiere viaggi e poi ne scrivi, come si fa un reportage di viaggio?”.
Ci ho pensato molto, e mi sono convinto che scrivere un reportage di viaggio implichi tante cose. Andare, vedere, ascoltare, prendere nota, curiosare, camminare, registrare, pazientare, osservare, annoiarsi, leggere, scegliere, perdere tempo, domandare, ricordare, selezionare, organizzare e alla fine, ma solo alla fine, scrivere.
Il tutto con la convinzione che per scrivere un buon reportage di viaggio sia necessaria una capacità particolare di vedere le cose – “vedere in quello che tutti guardano qualcosa che gli altri non vedono”, dice con eleganza la giornalista argentina Leila Guerriero – e una certezza: la certezza che non ha lo stesso effetto raccontare una storia in un modo o in un altro, detto altrimenti, come si scrive è altrettanto importante di quel che si scrive. Anche se scrivere è solo la parte conclusiva di un processo molto lungo, che non nasce dall’ispirazione del divino Buddha, ma da un metodo e dal lavoro, prima sul campo – non esiste reportage di viaggio senza viaggio – e poi alla tastiera.
Nonostante la prosopopea, il giornalismo di viaggio è un genere modesto, praticato nel migliore dei casi da persone umili, ma irrimediabilmente curiose, interessate più agli altri che a sé stessi. Persone che ancora credono che raccontare il mondo a parole non solo abbia senso, ma possa essere anche piacevole per chi legge.
Si può imparare tutto questo?
Sì, si può. Perché nel giornalismo la teoria è poca, la pratica tanta. Non ci sono regole precise e formule certe da applicare, ma tentativi da fare e esperienze da accumulare. Esperienze sul campo, in mezzo alle gente, nei luoghi, tra le cose. Esperienze che raccolte, selezionate, vagliate, impastate, organizzate diventano il materiale da cui nasce un reportage di viaggio. E il reportage non è un diario che raccoglie emozioni, né la cronaca minuto per minuto di tutto quel che si è fatto e visto, non è una brochure turistica, né una pubblicità ma scritta meglio; non è un pezzo di invenzione e neanche un pugno di aggettivi prevedibili e formule retoriche abusate: panorami mozzafiato, incontro tra oriente e occidente, borghi dove il tempo si è fermato. È un onesto lavoro di cronaca che non si raccoglie da una piscina in un hotel di lusso o da una passeggiata nel centro, ma consumando la suola delle scarpe e le pagine dei quaderni degli appunti. Perché viaggiare per raccontarlo non è semplicemente viaggiare.
Questo laboratorio spiega come iniziare a farlo, fornendo strumenti, consigli pratici e una cassetta degli attrezzi per guardare il mondo.
Tino Mantarro
|